Dove corre Baglioni? Cerca il senso della vita


Fonte: “Repubblica

di Gino Castaldo

Bisognerà cominciare a prenderlo sul serio il signor Claudio Baglioni, di professione cantautore. Questo almeno ci impone l’ impegnativa mole della sua nuova opera, un doppio album dal titolo Oltre (ed. Cbs) e più suggestivamente sottotitolato Un mondo uomo sotto un cielo mago. E diciamo subito che siamo ai massimi livelli della produzione discografica. Tre anni di lavoro, tra scrittura e realizzazione, praticamente un kolossal, più vicino a quello che siamo abituati ad aspettarci per un grande film che per un disco, costato cifre iperboliche, realizzato nei migliori studi di registrazione del mondo, con alcuni tra i migliori musicisti reperibili sul mercato. E i risultati si sentono. Musicalmente sembra effettivamente una grande avventura, suonata da gente come Manu Katche, Tony Levin, Pino Palladino, Steve Ferrone e tantissimi altri, di tanto in tanto contrappuntata da impennate solistiche di personaggi d’ eccezione come Pino Daniele (magnifico il suo intervento di voce e chitarra nel pezzo Io dal mare), Youssou N’ Dour, Mia Martini (il duetto canoro nel pezzo Stelle di stelle è uno dei momenti più appassionanti del disco), Paco De Lucia, raccogliendo spunti e suggestioni di provenienze diversissime, dando già in questo la sensazione di una precisa volontà di universalizzazione. Ma del resto l’ obiettivo è altissimo. L’ invito è perentorio: Dagli il via, il brano che inaugura la kermesse e che fin dai primi suoni rivela la raffinata cura che è stata applicata alla lavorazione del disco. Due grandi complici: Celso Valli come arrangiatore, e Pasquale Minieri alla realizzazione, bravissimi entrambi, e come nocchiero ovviamente Baglioni stesso che ha firmato l’ album anche come produttore. Il via lo prende una sorta di protagonista viaggiante, colto all’ inizio di una corsa. Ed è l’ inizio di quello che si usa definire album-concept, ovvero un disco che vanta un filo conduttore, una sorta di racconto che unisce tutti gli episodi canori fino a comporre un significato aggiunto, complessivo. E qui si svela la vera ambizione di Oltre. Già la confezione dell’ album, splendidamente graficizzata da Vittorio Venezia, ci porta verso oscure necessità di racconti profondi. Un pieghevole, annesso al disco, ci mostra un Baglioni sofferto, quasi in odore di martirio (chissà se è voluta la somiglianza con San Sebastiano), e poi in volo, magicamente, travolto dal fiume degli elementi della natura. E c’ è anche un lunghissimo racconto scritto, che dovrebbe essere letto come una specie di guida alle canzoni. Protagonista è un certo Cacuio (e grazie all’ intervista di Maurizio Costanzo dell’ altra sera, sappiamo essere il modo in cui Baglioni infante pronunciava il suo nome), che viene dal mare e intraprende un viaggio, diviso tra sudata, fisica umanità e magia, prodigio, immaginazione, con la suprema velleità di scoprire chi è e che cosa gli riserva il destino di esistere. Si passa da rapide discese agli inferi a ardite risalite nei cieli, e nel viaggio si incontra di tutto, il mare, i cavalli, la fisicità, il volo, le stelle, la donna, anzi le donne, la degradazione industriale, Tien An Men, e più o meno qualsiasi altra cosa può venire in mente in un viaggio che vorrebbe raccontare il senso della vita. Cacuio-Baglioni compare a tratti nelle canzoni, in una identificazione autobiografica che ricorre come traccia da un pezzo all’ altro. La magniloquenza è palese, ma in fondo è un tratto tipico di Baglioni, che ha compiuto imprese spesso eccessive e che va vista nell’ ambito di questa strana storia di cantautore, assolutamente unica, tutta fondata su una inestinguibile voglia di riscatto intellettuale che egli coltiva fin dai tempi in cui era il più grande autore di canzoni per adolescenti innamorati. Già cinque anni fa, con La vita è adesso si avvertiva la tenace volontà di arrivare ai significati alti della canzone. Ma era ancora nulla in confronto ad oggi, dove siamo per l’ appunto oltre. L’ ambizione, questa volta davvero sfrenata, è quella della grande allegoria che riunisca il senso della vita, e qui si fa davvero fatica a seguire il discorso, peraltro sorretto sempre da un eccezionale lavoro musicale. Si potrebbe pensare indifferentemente alle peregrinazioni di Ulisse (omerico, dantesco o joyciano fate voi), al percorso simbolico dei tarocchi, alle grandi saghe cosmogoniche della fantascienza e chi più ne ha più ne metta, oppure più prosaicamente alla storia fin troppo personale di un uomo che vive l’ ambizione di lasciare un forte segno di sé. Altro che canzonette. L’ enfasi diventa talmente accentuata, nel corso del viaggio, che si avverte tutta la fatica, il peso, l’ insostenibilità delle domande poste, e alle quali (anche questo lo abbiamo appreso dal Costanzo show), non c’ è risposta, ma guarda caso sono in sé una molla del vivere. Si inizia con la corsa e si finisce con una languida, evanescente Pace che rappresenta la libertà, ovvero proprio quell’ affrancamento che Baglioni, come uomo e cantautore, sembra inseguire da tempo. Ma è una ricerca ansiosa, senza pace, sul cui valore letterario è lecito dubitare, almeno facendo riferimento all’ ambizione dell’ opera. O dobbiamo accettare versi come Fango di vie foruncolose, cristi e marie senza pietà, bavose anime sperdute, brillocca umanità di bar, qui Dio non c’ è, notte di braccia siringate, strade di disperato crack come poesia nobile? Oppure non siamo, più verosimilmente, proprio nell’ ambito di quella canzone che rimane sottoculturale proprio perché non si misura col suo specifico, che è tutt’ altro? E se così fosse Baglioni-Cucaio finirebbe per tornare al punto di partenza, cioè verso quelle sensazioni di poesia, e non poesia vera, che piacciono così tanto a quel mondo adolescenziale dal quale fa tanto per affrancarsi. Se Baglioni dimostra di essere poeta lo è proprio in alcune splendide intuizioni melodiche, dove il suo talento brilla senza alcuna ambiguità. E c’ è di più in quelle briciole di note che in tutta la velleitaria saga letteraria su cui il disco è imperniato.

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